Chiesa della Visitazione

La chiesa fu eretta in Fossa (l’attuale piazza Vittorio Emanuele II), dalle monache visitandine, che erano state richieste dalla comunità salodiana al monastero di Arona per costituire nella Riviera benacense un riferimento idoneo alla formazione della gioventù femminile. Prioritariamente venne costruito il monastero (1712) e le monache si servirono, nel periodo della sua edificazione, di una piccola cappella provvisoria a loro riservata. Nel novembre 1715 il vescovo di Brescia card. Giovanni Francesco Barbarigo potè consacrare una nuova chiesa (l’attuale) che fu aperta anche alla partecipazione dei fedeli. Nel 1719 nel monastero salodiano venne istituita la clausura. (La storia della chiesa e del monastero è contenuta in due volumi editi in occasione delle celebrazioni del terzo centenario della presenza in Salò delle monache visitandine: M. Grazia Franceschini, Alle porte della città – Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, Brixia Sacra, 2012; Pino Mongiello, La chiesa della novizia, Ateneo di Salò-Fondazione civiltà bresciana, 2012).

Progettista della chiesa è l’architetto Antonio Spazzi (Valle d’Intelvi 1663 – Salò 1733), ben noto alla Congregazione visitandina per precedenti collaborazioni professionali. In tre anni e tre mesi l’opera fu portata a compimento e con essa  si realizzò anche il coro, separato dalla chiesa con un muro eretto dietro l’altare maggiore ma comunicante con una grata. Dell’intero complesso (chiesa e monastero) l’archivio salodiano delle Visitandine conserva una planimetria datata 1714, dalla quale si deduce che  la sua collocazione risultava esterna all’antico nucleo murato di Salò, in fregio alla piazza Barbara, da cui, verso sera, si estendevano gli orti suburbani. La chiesa venne probabilmente costruita su palafitte perché il lago, fino ad un secolo prima, entrava ben oltre la metà dell’attuale Piazza Vittorio Emanuele II. Per questo motivo era chiamata anche Fossa (Fovea).

La facciata, disegnata nel 1725 dallo Spazzi, venne realizzata solo a partire dal1825 per opera del salodiano Romualdo Turrini che, rispetto al progetto originale, aggiunse quattro nicchie nelle quali fece collocare le statue, in marmo bianco di Negrar, di S. Agostino, S. Francesco di Sales, Santa Giovanna Francesca di Chantal e Santa Margherita Maria Alacoque, opere di Giovanni Fantoni da Bedizzole.

L’edificio è strutturato su una campata e dotato di tre altari di notevole interesse artistico.
Il maggiore è dominato dalla pala rappresentante la “Visitazione”, opera del bolognese Marcantonio Franceschini (1648–1729), ispirata ai princìpi dell’Arcadia, offerta alla chiesa di Salò dalla contessa Ippolita Guidotti Leoni, amica di madre Castiglioni, prima superiora del monastero. L’artista era stato avvicinato dalla contessa in virtù delle opere importanti che aveva realizzato per la sala del gran consiglio nel palazzo ducale di Genova e per i cartoni preparatori dei mosaici destinati alla cappella del coro di S. Pietro, in Vaticano.

All’altare maggiore si accede tramite una gradinata tardo barocca, in marmo di Botticino, completa di balaustra, opera di Giuseppe Cantone (Rezzato 1660 – Brescia 1718). Del Cantone è anche l’altare maggiore impreziosito da intarsi marmorei dai rari effetti naturalistici, secondo l’impostazione del commesso fiorentino dei Corbarelli.

L’ancona dell’altare maggiore è realizzata dal nipote del Cantone, Giovanni Antonio Biasio (Brescia 16771754), subentrato nella bottega alla morte dello zio. Il Biasio dimostra di saper accostare armonicamente una varietà di marmi e di cromie (Bianco di Botticino per i cornicioni, mischio di Francia per le colonne, Nero di Tavernola Bergamasca per i basamenti, Bianco di Arco per i putti e per le statue della Fede e della Carità, Giallo veronese per i cartigli) con l’intento di esaltare il dominante gusto rococò. Lo stesso gusto si manifesta nella struttura espositiva di reliquiari e ostensori, collocata sull’altare maggiore, progettata nel 1716.

Le volte del presbiterio (Gloria della Trinità circondata da un coro di angeli) e della navata (San Francesco di Sales sospinto in paradiso, circondato da angeli musicanti), sono state dipinte dal bresciano Giovanni Antonio Cappello (1669-1741). Dello stesso autore sono i quattro pennacchi nel soffitto del presbiterio, che raffigurano S. Ambrogio, Sa Girolamo, S. Agostino e S. Gregorio Magno.

Sulle pareti della chiesa, a metà navata, si fronteggiano due altari collocati entro cappelle laterali (entrambe le ancone sono realizzate in marmo di Brentonico). L’altare di destra ha una pala rappresentante S. Francesco di Sales, il cui autore non è possibile accertare per mancanza di documentazione archivistica. Si sa solo che la pala fu donata al monastero dalla già citata contessa bolognese Ippolita Leoni nel 1718.

Nell’altare di sinistra, invece, campeggia una pala rappresentante San Giuseppe col Bambino ed ai piedi, genuflessa, la baronessa Giovanna di Chantal, opera di Girolamo Donini (Correggio1681- Bologna 1743).

Due dipinti ad olio, in onore del Sacro Cuore (autore Ubaldo Gandolfi, Bologna 1728-1781) e di Santa Margherita Maria Alacoque (autore anonimo) sono collocati in prossimità della gradinata d’accesso al presbiterio, attestando in tal modo la particolare devozione delle monache nei loro confronti.

Sopra l’ingresso principale, collocato in cantoria e chiuso in cassa monumentale barocca, con ai lati colonne tortili sormontate da angeli portanti una cimasa, è collocato un organo di 26 registri, a due tastiere (1715), dotato di due corpi sonori di cui il secondario era posto alle spalle dell’organista per ottenere  effetti sonori di stampo puramente settecentesco e di impronta barocca. L’organo è a campata unica, con cuspide centrale e ali laterali ascendenti. Il progetto originale è di Giuseppe Bonatti da Desenzano (1668-1752).

Ai quattro angoli della chiesa (due all’ingresso e due in prossimità del presbiterio) quattro statue, in marmo di Botticino, rappresentano gli evangelisti. Il loro autore è Antonio Calegari (Brescia 1699-1755), l’esponente cioè di maggior spicco di quella famiglia che lasciò in Brescia e nell’Italia settentrionale le testimonianze più significative del barocco apprese alla scuola romana.

La chiesa della Visitazione sarà sottoposta a restauro nel 1886 e, successivamente, riparata dopo il terremoto che colpì la città di Salò nel 1901.

Negli anni sessanta del ‘900, a seguito di trattative con il Comune di Salò, il Monastero cambiò sede e fu realizzato un nuovo fabbricato in località Versine, a Villa di Salò. La chiesa continuò ad essere officiata a cura del monastero stesso finché, il 16 novembre 1994, non venne donata alla Parrocchia di Santa Maria Annunziata, come attesta l’epigrafe murata nella parete sinistra dell’unica navata della chiesa stessa. Dopo il terremoto del 2004 la Parrocchia di Salò diede corso a un radicale restauro della struttura muraria e delle opere d’arte ivi custodite.