Monastero della Visitazione

Per avere almeno un’idea del contesto storico-politico durante il quale venne effettuata la costruzione della Chiesa della Visitazione di Salò, torna utile fare riferimento ad un documento conservato presso l’archivio dell’omonimo Monastero. Si tratta di una copia di lettera databile dopo il 1715, il cui originale in lingua francese riguarda il dossier delle lettere intercorse con la “Casa Madre” d’Oltralpe. 


Ai nostri fini, ne riportiamo una fedele trascrizione: “Ma eccovi una breve descrizione di Salò: il paese è soggetto alla Serenissima Repubblica di Venezia che vi manda per governatore un nobile veneziano che svolge il suo mandato per 16 mesi. Con lui è mandato un giudice e tutti i ministri della Curia secolare. Salò è capoluogo di 36 comuni piuttosto grossi e tutti insieme costituiscono quella che vien chiamata “la Patria della Riviera di Salò”. Il numero degli abitanti è abbastanza considerevole e vi sono parecchie famiglie di condizione elevata e ricche. Per quanto riguarda l’aspetto spirituale, dipende dal Vescovo di Brescia che vi destina un Arciprete, responsabile di un Clero numeroso di 60 preti circa, di cui una parte forma il Capitolo residente del Duomo, che ogni giorno con l’Arciprete si raduna in Coro per la celebrazione delle Ore; l’Arciprete ha anche i titoli di vicario foraneo e di vicario del S. Uffizio. Vi sono anche religiosi regolari, cioè Cappuccini, Carmelitani, Cordiglieri, Minimi, Sacerdoti regolari Somaschi. Ogni congregazione ha qui una casa con numerosi religiosi. Vi si trovano ancora un monastero di suore Agostiniane oltre la nostra piccola Visitazione, un collegio di Orsoline e un Ricovero per povere ragazze. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, Salò ha un territorio di circa due miglia italiane; è situato in riva al lago chiamato Garda, con clima buono, dista tre giorni da Venezia, tre da Arona, due da Milano. Le strade sono buone tranne qualche tratto pietroso. Il nostro monastero è situato nella posizione migliore.”

La “piccola Visitazione” citata nella lettera corrispondeva all’omonimo Monastero (ora abbattuto) fondato per iniziativa del Comune di Salò ed autorizzato con decreto del Senato veneto sotto la condizione che vi funzionasse un istituto di istruzione per fanciulle di agiata famiglia, di Salò e Riviera. La Comunità salodiana acquistò, a tale scopo, alcune case, nonché le annesse ortaglie, dei conti Rovellio ed un giardino di proprietà della famiglia Conter. Il finanziamento della ingente spesa fu garantito da cospicue elargizioni del nobile Lucrezio Donati, del signor Innocenzo Moniga e dalla signora Angelica Bertarelli Manini di Salò. Quest’ultima, dopo essersi fatta monaca, devolse il suo cospicuo patrimonio per la costruzione della Chiesa. Un ulteriore capace fondo, destinato alla vita della comunità claustrale, venne costituito con capitali forniti dal sacerdote Giacomo Trivelli, dalla signora Laura Masini e da altri salodiani. Le prime suore vennero fatte venire da Arona, sede dell’allora Capitolo delle Salesiane, nel 1712. La loro clausura fu pronunciata nel 1719 dal Vescovo di Brescia cardinale Badoaro. Il numero delle monache aumenterà via via nel corso degli anni fino a raggiungere la trentina di unità; addirittura quaranta coll’ingresso, nel 1810, di alcune suore del soppresso convento delle Agostiniane di S. Benedetto. Il picco fu raggiunto proprio in questo periodo, con la presenza di ben cinquanta monache, quasi tutte munite della prescritta dote.

È interessante osservare come le Monache della Visitazione poterono sfuggire alla soppressione decretata dal Governo bresciano nel 1797 ed a quella napoleonica successiva. Ciò avvenne grazie alla presenza in Salò, proprio nella foresteria del monastero, di un ufficiale francese discendente dalla fondatrice dell’ordine visitandino, Giovanna Francesca baronessa di Chantal.
Subito dopo l’ingresso delle monache provenienti da Arona apparve evidente la necessità di costruire una struttura adeguata, con una chiesa esterna, essendo quella “provvisionale” troppo angusta. La scelta del progettista cadde sull’architetto Antonio Spiazzi, ben noto alla Congregazione per precedenti collaborazioni professionali.
Il suo progetto, verificato dal “Costomiere” e dal Monastero di Arona, fu ritenuto idoneo e fu messo in cantiere. I lavori, dopo la collocazione della prima pietra, proseguirono alacremente al punto che, in tre anni e tre mesi, l’opera fu portata a compimento. In questo triennio si perfezionò il coro.
Si costruirono due lunghi corridoi, una trentina di celle, un appartamento per le educande, la cinta della grande ortaglia, le fondamenta di una nuova ala.
Il 17 novembre 1715 la Chiesa “esteriore” fu consacrata dal cardinale Barbarigo, successore di Badoaro nel vescovado di Brescia. Il complesso, a questo punto, si presentava nei termini indicati nella planimetria datata 1714, conservata nell’archivio delle monache. La ubicazione del Monastero risultava esterna al nucleo murato di Salò, in fregio al piccolo golfo della “Fossa”, nella zona degli orti suburbani. La Chiesa esteriore venne costruita su palafitte perché il lago, alla foce, giungeva fin quasi a metà dell’attuale Piazza Vittorio Emanuele II. Per questo la piazza era chiamata Fossa (Fovea).
La facciata, che si trovava sulle rive di questo golfo interno, venne rifatta nel 1825 su disegno del salodiano Romualdo Turrini. Verso il 1870 sulla facciata vennero collocate pregevoli statue opera del bedizzolese Fantoni, del ceppo artigiano del celebre Andrea. Le quattro statue, condotte in ossequio ai canoni ed alla visione settecentesca, rappresentano rispettivamente: San Francesco di Sales, Sant’Agostino, Santa Giovanna di Chantal e Santa Margherita Maria Alacoque. L’edificio è strutturato su una campata e dotato di tre altari di notevole interesse artistico.
Il maggiore, “sponsorizzato” a suo tempo dal conte Curzio Martinengo, è dominato dalla pala rappresentante la “Visi-tazione”, opera del bresciano Giovanni Antonio Cappello (1669–1741), allievo di Pompeo Ghitti, poi (a Bologna) di Francesco Pasinello, infine a Roma, per una decina d’anni, collaboratore del Baciccia. La Calabi lo definisce, anche in relazione alla pala della Visitazione, “pittore facile e abbondante, compositore mosso di scene affollate da grossi e goffi personaggi”.
Si accede all’altare Maggiore tramite una gradinata di interessante fattura.
Del Cappello sono pure i medaglioni delle volte del presbiterio e della navata.
L’altare di destra ha una pala rappresentante S. Francesco di Sales, opera del cremonese Giuliano Crespi. La tela fu donata al monastero dalla contessa Ippolita Leoni.
Nell’altare di sinistra campeggia una pala rappresentante San Giuseppe col Bambino ed ai piedi, genuflessa, la baronessa Giovanna di Chantal, opera del benacense Giacomo Franceschini (1662–1745). Ai fianchi dell’accesso al presbiterio si possono ammirare due sculture marmoree del veronese Caliari, rappresentanti la Religione e la Carità. Alle pareti sono presenti, inoltre, due dipinti ad olio, in onore di Santa Margherita Maria Alacoque e del Sacro Cuore. È opportuno ricordare che nella Chiesa della Visitazione si mantiene da sempre vivissima devozione al Sacro Cuore di Gesù.
Alla chiusura della Missione Parrocchiale del 1947, il reverendo don Battista Gigola, salodiano, la cui vocazione sacerdotale sbocciò proprio in questa chiesa, si consacrò pubblicamente al Sacro Cuore, come ricorda una lapide murata a fianco della Chiesa.
Sopra l’ingresso principale, collocato in cantoria e chiuso in cassa monumentale barocca, con ai lati colonne tortili portanti una cimasa sormontate da angeli, è collocato un organo ad un manuale, con un prospetto di 21 canne di stagno, in campata unica con cuspide centrale e ali laterali ascendenti. Il progetto originale dell’organo è opera del celebre organaro Giuseppe Benedetti da Desenzano ed è stato realizzato dalla stessa bottega nel 1715.
La chiesa sarà sottoposta a restauro nel 1886 e, successivamente, riparata dopo il terremoto che colpì la città di Salò nel 1901. Per completare la descrizione della struttura muraria incorporante la Chiesa, giova ricordare che il monastero era, in origine, delimitato a nord da un vicolo che correva tra il fabbricato e la casa del fattore, fino a sfociare nell’allora vicolo S. Bernardino. Questo tratto di strada venne, successivamente incorporato nella proprietà delle monache, nel tratto fronte a mezzogiorno dell’angusta via S. Bernardino, dalle case d’angolo (già Manini, poi Leonesio, indi Lanfranchi ed ora Fiaccavento), fino alla casa di Riposo e all’Ospedale. Nel 1905 il Comune, a seguito di amichevoli trattative con le monache (era superiora la salodiana nobile Angelica Arrighi) potè acquistare una parte di ortaglia dalle monache, trasformandola nell’odierna Piazza Sergio Bresciani.
Negli anni sessanta, a seguito di trattative con il Comune di Salò e per una serie di circostanze, il Monastero venne spostato in una nuova sede realizzata il località Versine di Villa di Salò.
Nel 1968, le monache affidarono la Chiesa (di cui mantengono la proprietà) alla Parrocchia di Salò che, fino al recente terremoto, ne ha fatto centro di culto quotidiano.