San Giuseppe

La Chiesa di San Giuseppe è il più recente edificio religioso di Salò, essendo stata consacrata nel 1964 al nome del padre putativo del Redentore, connotato come “lavoratore”. L’edificio sorge all’incrocio tra via Bongianni Gratarolo e viale M. E. Bossi, su un’area donata dalla benemerita salodiana Ida Lancellotti ved. Caldirola.
La circostanza è attestata dall’iscrizione posta all’ingresso della chiesa: “Su terreno donato dalla signora Ida Lancellotti ved. Caldirola, la prima pietra di questo santuario fu posta il XIX marzo MCMLXII nel XXV di sacerdozio dell’Arciprete Domenico Bondioli. Il 1° maggio MCMLXIV, S. E. Mons. Giacinto Tredici, arcivescovo di Brescia, lo dedicò a San Giuseppe lavoratore, al servizio dei villaggi realizzati per la comunità parrocchiale dalla Cooperativa “La Famiglia – Salò”. 

 

Curioso ed interessante l’appellativo di “santuario” assegnato all’edificio di culto. In effetti, questa testimonianza religiosa si colloca proprio all’interno di quartieri residenziali realizzati a Salò prima dei cosiddetti Piani per l’Edilizia Economica e Popolare e, addirittura, del Piano Regolatore Generale. All’epoca (siamo negli anni ’50) il problema della casa era particolarmente rilevante, anche in riferimento ad una attività pubblica non sufficiente a soddisfare la domanda di abitazione. Un gruppo di cittadini lungimiranti e ispirati ricercò soluzioni idonee a risolvere la questione. La scelta ricopiava lo schema degli interventi posti in essere a Brescia da Padre Marcolini. Venne creata una Cooperativa edilizia, con la supervisione del parroco pro – tempore Mons. Domenico Bondioli. La cooperativa, della quale facevano parte gli “ideatori” ed alcuni esponenti della comunità parrocchiale, venne costituita il 12 marzo 1955 proprio nella casa canonica di vicolo Campanile. La società cooperativa, a responsabilità limitata, venne denominata “La Famiglia – Salò”. L’obiettivo primario consisteva nell’acquistare terreni per costruire, sia direttamente in economia che concedendo cottimi e appalti, case popolari ed economiche e di acquistare case già costruite da assegnare in proprietà individuale ai soci o in locazione con patto di futura vendita (art. 3 dello statuto). Doveva essere alternativa alla mano pubblica, inadeguata a risolvere il problema delle abitazioni. Allo scopo non solo di dare la casa ma anche il lavoro, venne costituita una cooperativa di lavoratori edili. Tuttavia, questa cooperativa si limitò a realizzare il villaggio S. Domenico, a lato della salita Belvedere. Subentrò ben presto un’impresa locale che ebbe l’incarico di completare, via via, gli altri sei lotti per un totale di ben 216 alloggi. Considerato il periodo storico e la dimensione della città, l’operazione fu di portata straordinaria, tanto che ancora oggi una buona parte dell’abitato salodiano, esterno al Centro storico, è riconducibile a quegli interventi. È utile ricordare che, in linea di massima, le aree utilizzate per l’edificazione furono vendute alla cooperativa tramite la Parrocchia anche per finalità di tipo “caritativo”. Alcune proprietà, inoltre, furono mosse alla cessione delle aree nella prospettiva della rivalutazione dei propri terreni per effetto delle urbanizzazioni che sarebbero state realizzate nel contesto dei nuovi quartieri. Fu preoccupazione della cooperativa studiare tipologie residenziali e ricercare soluzioni strutturali e rifinitura solide e razionali, ma anche contenute nella spesa. Fu decisivo anche l’intervento della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde che si pose come finanziatrice principale dei nuovi quartieri, sotto forma di mutui agevolati e di durata adeguata. Veniva privilegiata, ovviamente, l’utenza salodiana, soprattutto i nuclei sposati “di nuova formazione”. La Chiesa di San Giuseppe è molto capiente ed ha una organizzazione architettonico – funzionale diversa rispetto a quella delle altre chiese salodiane, come peraltro indicato dalla riforma liturgica conciliare. Presenta una pianta ad una sola navata, nella quale si innestano a lisca di pesce gli ambienti accessori della sacrestia e dei confessionali. La facciata è sobria, essenziale e realizzata con materiali diversi: in mattone a vista è la zona dell’ingresso, mentre la parte superiore è arricchita da una vetrata policroma. La facciata sinistra è rivestita in pietra squadrata. Alla sommità spicca una croce stilizzata di notevoli dimensioni. L’edificio è ricoperto da un tetto a capanna in calcestruzzo, con travi in legno visibili nell’intradosso. Alla chiesa si accede tramite due ingressi, uno centrale ed uno laterale. A sinistra dell’ingresso è stato realizzato un soppalco ligneo cui si accede tramite una scala aperta. Il fedele, entrando, è attratto dalla scena principale costituita dall’altare e dalla raffigurazione della Sacra Famiglia. La mensa eucaristica, in legno d’ulivo, rappresenta un banco da falegname, completo di una morsa a forma di croce. Il legno predomina anche negli altri arredi ornamentali, come i leggii e l’acquasantiera. Fino agli anni ’70, il presbiterio era delimitato da una balaustrata, abbellita da piatti, brocche e posate di legno orientaleggianti. Il presbiterio si presenta come un interno abitativo. Sul lato destro è ricavata una finestrella utilizzata come mensola per i fiori o per appoggiarvi utensili liturgici. La pala collocata sullo sfondo, opera di Cornelio Torelli, di ceramica colorata al rustico, rappresenta la Sacra Famiglia con San Giuseppe, impegnato nell’attività di carpentiere e Maria Vergine. Il Bambino è ai loro piedi. L’ambone collocato a destra dell’altare è formato da nove formelle in ceramica colorata, con figure stilizzate. Alle spalle è stato riproposto un muro in pietra simile a quello della facciata, con alcune formelle in rame raffiguranti una colomba con sette fiammelle a simboleggiare lo Spirito Santo. Al momento della consacrazione della chiesa, il pavimento era costituito da un semplice battuto di cemento. Le attuali piastrelle sono state collocate in epoca successiva, a contorno di un’area pavimentata in legno. Sul finire degli anni ’60 il tabernacolo, in forma di cesto di pane con grappolo d’uva, pregevole opera di Eligio Tonoli e Giovanni Peduzzi, trovò sistemazione su una mensola di granito lucido, contornata da due lastre di pietra rosata grezza. I rivestimenti delle pareti sono costituiti parte da mattoni e parte da intonaco. Sono assenti affreschi o tele devozionali. La chiesa è illuminata tramite la vetrata di facciata e da un sistema elettrico appeso ad una trave laterale. Nella parete di sinistra, in basso poco dopo l’ingresso, è murata la “prima pietra” con l’iscrizione della data (19 marzo 1962) tale pietra, di botticino, contiene letterine scritte dai bambini per la circostanza. Fino al 2002, il richiamo alle funzioni è stato diffuso da un altoparlante collocato sul tetto. Nell’anno successivo è stato costruito un campanile alto circa 15 metri, sufficiente ad ospitare un concerto di 5 campane. La nuova struttura, realizzata con il contributo degli abitanti del villaggio San Giuseppe, venne inaugurata il 13 ottobre dello stesso anno dall’Arcivescovo emerito di Brescia Mons. Bruno Foresti, essendo parroco di Salò Mons. Francesco Andreis e curato della chiesa di San Giuseppe don Renato Abeni.