San Giovanni

Di Gratarolo Bongianni da Salò, vissuto nel secolo XVI, poeta, commediografo, pittore, ma soprattutto storico, venne pubblicata postuma (nel 1587) la “Historia della Riviera di Salò”. Bongianni aveva lungamente lavorato alla sua “Historia”, attingendo anche all’opera di Rodomonte Domenicetti (“Descrittione della Riviera del Benaco”), stesa l’anno 1580 e conservata presso la Biblioteca Civica Queriniana di Brescia. Una prima stesura della “Historia”, conservata presso la Biblioteca Marciana di Venezia (volume cartaceo non manoscritto dall’autore, ma con emende ed integrazioni di suo pugno), ci dà la possibilità di conoscere gli approfondimenti successivi dell’opera.
Ai fini della presente pubblicazione è utile riportare quanto scrive il Gratarolo alla pagina 66 del manoscritto definitivo: “Ci è un’altra Chiesa di San Giovanni Battista decollato, che fu forse la prima, che fu fabbricata da che si conobbe la vera religione in Salò, nuovamente fatta nobilitar di fabbrica, dal Reverendo Cardinal Borromeo Legato Pontificale. Dicono ch’ella è feudo di Cavaglieri di Rodi, o sia di Malta. In questa fu trovato quel detto di San Secondo che s’è detto esser nella Chiesa grande: V’ha chi dice che una contrata sotto essa Chiesa, che si chiama Grola fu così nominata, perché un dipintore avendo depinto nella facciata che guarda verso la detta contrada un Santo Giovanni, e volendo farci appresso un’Aquila non essendo molto esperto, ci fece una Cornacchia; e perché i Paesani dicono Grole alle Cornacchie; fu poi quella parte nominata Grola. Questa cosa non è verosimile, perché la Chiesa è dedicata non a Santo Giovanni Evangelista cui si dipinge appresso l’Aquila, ma a San Giovanni Battista, cui non si fa appresso l’Aquila, ma si l’Agnello”.

A proposito della notizia relativa al giuspatronato del Sovrano Ordine di Malta, vale la pena di richiamare un passo della “Storia della Riviera di Salò”, dal conte Francesco Bettoni, edita nel 1880 a Brescia, con i tipi di S. Malaguzzi: “… Nell’anno 1668 la confraternita laica detta della «SS. Trinità per la redenzione degli schiavi» si trasferì dalla Chiesa di S. Giovanni Decollato all’Oratorio della B. V. di Sanzago; orbene, questa confraternita e congregazione, dapprima in S. Giovanni Decollato, veniva dal Gratarolo scambiata coll’ordine cavalleresco gerosolimitano, ossia dei Cavalieri di Malta”. Il Perancini aggiunge: “l’antichissima Chiesa di S. Giovanni Decollato fu eretta intorno ai primi secoli del cristianesimo. Soltanto quattro mura sussistono della cappella su cui eranvi dipinte a fresco varie effigi dei primi martiri della Chiesa e descrizioni, come rilevasi ancora dai ruderi che ci sono rimasti. Questa Chiesa di S. Giovanni Decollato era detta del Sacro Ordine Gerosolimitano e feudo dei Cavalieri di Malta. Nei tempi fiorenti di quest’Ordine i Cavalieri venivano con formalità in questa Chiesa a farvi la visita per mantenervi i loro diritti. Il distintivo dei Cavalieri era una croce di tela ottagonale, sarebbe più esatto dire a otto punte, bianca, sopra il mantello dal lato sinistro. Facevano celebrare una messa solenne ed al canto del Vangelo sfoderavano la spada....”.
Così il Perancini senza citare alcun documento che provi l’asserto e verosimilmente riferendosi ad una inesatta tradizione che fa chiamare anche oggidì la Chiesa di S. Giovanni Decollato e l’Oratorio di Sanzago Chiese dei Cavalieri di Malta, confondeva la suddetta congregazione della SS. Trinità coll’Ordine Gerosolimitano, perché oltre all’esercitarsi in orazioni, raccoglievano danaro per liberare schiavi, danaro che era poi spedito al Procuratore in Roma il quale lo trasmetteva a quello scopo al Gran Maestro dell’Ordine in Gerusalemme, e perché aveva per insegna una croce foggiata come quella dei Cavalieri di Malta “octo cuspidibus instructa”, non però bianca, ma rossa e turchina, come ne figurano dipinte sulle pareti della Chiesa (di Sanzago). Nessun scrittore di cose benacensi accolse come veritiero il racconto che una comitiva di Cavalieri di Malta venisse ogni anno a ribadire i propri diritti feudali: e sebbene tanta solennità non è a credersi potesse sfuggire ai cronisti di ogni tempo, e nessun documento conferma possessi dell’Ordine Gerosolimitano in queste contrade …” (dal contributo di Dome- nico Landi Rini, nelle Memorie dell’A-teneo di Salò). Una anteriore autorevole fonte attesta l’antichità dell’origine della chiesa di San Giovanni Decollato. Si tratta del “Diario di Salò”, di autore anonimo, che ne fissa la data di costruzione all’anno ‘719. Un coevo manoscritto anonimo, conservato presso l’Ateneo di Salò, conferma che trattasi della Chiesa più antica della città, come “dimostra l’anno 770 d.C., in cui fu dipinta l’immagine di Maria Vergine, eseguita dietro la porta principale”.
È risaputo come la chiesa, in origine, avesse affreschi rappresentanti episodi e figure di martiri, scomparsi in occasione della ristrutturazione avvenuta subito dopo la visita di San Carlo Borromeo, mandato dal Papa anche sul Benaco per dare attuazione ai decreti tridentini. Proprio in occasione di questo rimaneggiamento la chiesa passò sotto il patronato dei Cavalieri di Malta, i quali la visitavano con frequenza annuale. Aveva la facciata principale aperta sulla piazza denominata “degli erbaggi”, con il fianco destro affacciato al vicolo che sboccava in “Grola” (l’attuale piazza Cavour). All’ingresso funzionava una fontana pubblica, utilizzata dagli abitanti del quartiere.
Nel 1727 la chiesa subì una ulteriore trasformazione. Per la verità, qualcuno definì tale intervento come una “deturpazione”, perché il vialetto venne chiuso e la facciata venne ostruita da un fabbricato, come si può vedere anche ai nostri giorni. Sull’altare maggiore campeggia ancor oggi la bella pala della Decollazione, del noto pittore Zenon Veronese. Circa l’altare, notizie d’archivio informano: “San Giovanni Decollato di Grola: la chiesa era legata alla devozione della famiglia Frassini. Viene ordinato di porre al centro (sic!) l’altare maggiore”.
L’ancona risulta citata come tavola dal- l’Averoldo, che la descrive senza attribuirla ad alcun autore particolare. La scena si svolge entro una struttura architettonica classicheggiante, ad arco e loggiato, che ricorda l’interno di un arco trionfale, parzialmente chiuso in fondo da un’abside semicircolare mancante del catino, oltre la quale si scorge un paesaggio montano. Il nucleo centrale è costituito da Salomè che, ricevuta la testa del profeta, la mostra al re Erode Antipa, posto su un piedestallo marmoreo, sotto un baldacchino. Sulla sinistra, dietro una colonna, appare il corpo decapitato di San Giovanni inginocchiato davanti al carnefice.
Interessanti sono le citazioni archeologiche del medaglione inserito sul basamento della colonna, nel quale si scorge dipinta una donna poggiata ad una torre (allegoria della fortezza). In alto, una donna si affaccia ad un balcone costituito da un sarcofago clipeato, all’interno del quale è raffigurato (probabilmente) un profeta. L’attenzione per l’abbigliamento dei personaggi mostra come fosse precedente al rigore della Controriforma, vicino alla metà del tardo Quattrocento e dei primi del Cinquecento (vita alta, maniche non abbondanti, scollature quadrate con sottostanti camiciole di pizzo, capelli raccolti).
Sull’altare del lato sinistro è collocata un’altra tela dello stesso Maestro, rappresentante S. Martino e le tre Marie. Il Santo è raffigurato nell’atto di tagliare un lembo del suo mantello per porgerlo al povero posto a terra ai suoi piedi. Accanto, la Vergine sorretta da Maria di Cleofa e da Maria di Giacomo, detta Salomé. La tela rappresenta, nella parete superiore, una visibile aggiunta seicentesca che le permette di inserirsi nella cornice in stucco del XVII secolo. La composizione è particolarmente articolata: la figura (appunto) del Santo che dona il mantello al povero vicino al gruppo che rappresenta lo svenimento della Madonna. Il dipinto, “evidentemente” tagliato, rivela la mancanza di una porzione sulla destra, correlata con lo svenimento della Vergine: forse un Cristo in croce o deposto.
Dalla relazione della visita pastorale di Cristoforo Pilati, delegato dal Vescovo di Brescia, alla chiesa di San Giovanni Decollato di Grola, avvenuta il 10 febbraio 1574, risulta che venne ordinato di porre al centro del presbiterio l’altare maggiore e di abbassare la “Vergine dello spasimo”. Ancora nel 1576, si afferma che “la decorazione della Chiesa è stata donata dagli abitanti della contrada, avvalendosi anche di un legato della famiglia Frassini”.
Sull’altare di destra la pala rappresenta la Madonna della Pace con i santi Nicola da Tolentino e S. Rocco. Si tratta di un buon dipinto di pittore non ben definito. Sulla porta vi è la croce dei Cavalieri di Malta, di cui si è fatto cenno.
Sotto la tela di Zenon Veronese, all’altare maggiore, vi è un affresco coronato da una ricca cornice che rappresentante la Madonna delle Grazie. Si tratta di un antichissimo “dipinto” posto sulla facciata di una casa situata nei pressi della chiesa. Crollato il muro per un incendio, gli abitanti di Capo di Borgo (poi “degli ortaggi”) recuperarono l’affresco rimasto intatto e lo collocarono nella posizione attuale. In occasione di quell’evento “miracoloso” venne richiesta ed autorizzata la solennità della Madonna delle Grazie, celebrata ogni anno l’8 settembre, un tempo anche con grande pompa e rallegrata da una “fiera”. Sul fianco destro della Chiesa, verso il vicolo, tra le due porte è “malamente dipinto” un affresco del XVIII secolo. I colori ed i contorni sono assai sbiaditi. In cantoria, sulla navata alla destra dell’unico ingresso laterale, è collocato un organo ad un manuale, costruito dai Bonatti di Desenzano. Reca una targa con la scritta: “Restaurato e riformato da Bianchetti e Facchetti di Brescia nel 1898”. L’organo è chiuso in cassa, con ante dipinte con motivi arabescati ricorrenti anche sulla balconata, sormontata da angioli musicanti. L’interno della chiesa è piacevole, architettonicamente armonioso, adeguato alla liturgia ed alla preghiera.
Negli anni ’70, in occasione del rifacimento della pavimentazione della piazza antistante la chiesa (piazza Zanelli) fu riscoperta la sede di un antico pozzo per l’attingimento dell’acqua. La canna del pozzo venne, nell’occasione, evidenziata con una struttura stilizzata di materiale lapideo.