San Benedetto al Muro

Giuseppe Solitro, nell’insuperata pubblicazione dal titolo “Benaco”, edita a Salò dall’editrice Gio. Devoti nel 1897, ricorda che a Salò, “nel sobborgo del Muro”, vi fu un antichissimo convento e chiesa di suore Benedettine. In realtà monastero e chiesa furono fondati nel sec. XV, allorquando la città, sede della Magnifica Patria di Riviera, si presentava tanto ricca ed ecclesiasticamente dotata da aspirare addirittura a divenire sede di un vescovado; desiderio peraltro non realizzato in quanto Brescia si opponeva decisamente alla costituzione di un vescovado locale. La frazione Muro era isolata rispetto al contesto salodiano. Vi si arrivava attraverso una stradetta, circondata da alte mura in pietrame, che passando appunto fra un gruppetto di case rurali si inerpicava fino alla località di Villa di Salò.

Chiesa e monastero ospitarono le monache benedettine di clausura sotto le regole di S. Agostino, con un educandato. Come ha scritto Donato Fossati (“Chiese e Monasteri di Salò”), il fabbricato era modesto, ma capace di una trentina di suore e di molte educande, con spaziosi beni adiacenti, giardini d’agrumi, viti e olivi, diretti da un fattore stabile. La chiesa, coll’altare maggiore decorato da una pala col Santo di Norcia, con S. Agostino in un altare laterale e in un altro da una statua della Madonna, era officiata quotidianamente da un sacerdote stipendiato. Decaduta la disciplina del monastero (Ducali del 1495–1497, conservate nell’archivio comunale di Salò, secondo quanto riferisce il “Codice Lumen ad rivelationen”), narrano di “facto raptus eiusdam puellae Monasterio S. Benedicti Salodii”.

S. Carlo Borromeo, in visita apostolica per l’attuazione dei decreti tridentini, ordinava che le monache si trasferissero dentro le mura cittadine, in un nuovo monastero costruito in località S. Bernardino (ospedale) e terminato nel 1583. Qui le monache rimasero, senza più educandato, fino al 1810. Le superstiti trovarono accoglienza nel vicino monastero della Visitazione, miracolosamente scampato ai decreti di scioglimento degli ordini religiosi, grazie alla protezione di un ufficiale francese (al seguito di Napoleone), alloggiato proprio nella foresteria delle Visitandine e discendente dalla fondatrice dell’ordine, Giovanna Francesca baronessa di Chantal. Il sito di San Benedetto fu acquistato dal conte Sebastiano Lodrone per la Congregazione dei chierici regolari somaschi, aventi un collegio di istruzione (detto dei nobili), entrambi dislocati a Santa Giustina di Salò.
Nel 1671 chiesa e monastero furono acquistati dai Frati minori di S. Francesco di Paola (o Paolotti) i quali ampliarono il fabbricato, il portico e il primo piano. Anche la chiesa venne parimenti ingrandita e decorata di tele che asportarono quando caddero a loro volta, sotto la scure della soppressione del 1810. Passato al Demanio, il complesso venne acquistato da Angelo Dal Mistro, il quale pensò di trasferirvi la fonderia, con fabbrica di vetri, che possedeva a S. Rocco e che era stata distrutta da un incendio. Tramontata tale intenzione, il vecchio monastero e la chiesa caddero in completo abbandono tanto da diventare rifugio di ladri e di banditi (fra i quali i famigerati Tagliani e Moneta), finchè la chiesa venne per due terzi demolita nella parte ovest e conservata per il resto.
Passata in proprietà della famiglia Raggi, venne, a cura di Mons. Pietro Raggi, rimessa in sesto e decorata nell’interno con tre altari e riaperta al culto.

La statua della Madonna della Cintura, testimone superstite di tante e tristi vicende, fu portata nel Duomo e riportata nel 1888 a restauri avvenuti, con pompa solenne su una barca ornata dall’imbarcadero di piazza delle Barche fino all’approdo delle Rive, come scrive Mario Ebranati (“Salò: fede, arte e curiosità”). Sulla parete che riveste l’altare maggiore, e al giusto posto, sta la statua della Madonna della Cintura; sull’altare di destra è collocata la pala di S. Benedetto da Norcia, opera di Sante Cattaneo (detto il Santino), nato a Salò l’8 agosto 1739 e morto a Brescia il 4 giugno 1819, allievo del Dusi e del Monti (soprattutto da quest’ultimo attinse per “quella atmosfera dorata neocorreggesca che ne rendono e scaldano corpi e affetti”).
Il Cattaneo, avendo spiccata capacità di assimilazione, fu epigono del tardo settecento; godette tuttavia di buona fama, e numerose sono le fonti che parlano di lui. La pala di S. Benedetto da Norcia venne restaurata dal salodiano Antonio Nastuzzo nel 1969, per iniziativa dell’Arciprete mons. Gianni Capra.
La pala dell’altare di sinistra rappresenta una crocifissione. Non mancano, sparsi per le pareti, altri “quadri”, quattro dei quali di buona fattura. Sotto la proprietà della famiglia Raggi, anche il pavimento, che appariva irregolare per le molte pietre sepolcrali disuguali e poste a dislivello, venne messo in ordine. L’iniziativa è dovuta alla sensibilità di Padre Carlo Codesù, dei Giuseppini di Asti, allora direttore del- l’Oratorio Maschile della città, il quale col “tangibile consenso di cinque famiglie della contrada Muro”, si adoperò perché (anche in questo) la Chiesa di S. Benedetto rivivesse la sua dignità.
La facciata della Chiesa, che si apre su una piazzetta adiacente alla via omonima, si presenta armonica, con linee architettoniche settecentesche, con un portale in pietra bianca, circondata da due pietre funerarie a mo’ di basamento, e con due nicchie vuote ai lati. Il corpo di fabbrica della Chiesa, in lato ovest, è incorporato nel complesso residenziale abitato dalla famiglia Tonoli.
Attualmente, con grande partecipazione, ogni cinque anni, in ottobre, vi si celebra la festa in onore della Madonna della Cintura, che gli abitanti del rione Muro (ora caratterizzato da numerose abitazioni residenziali) onorano, tramandando la solennità di generazione in generazione.