S. Nazaro e Celso a Renzano

La chiesa dedicata ai santi Nazaro e Celso, conservante quasi del tutto inalterate l’originarie strutture del tardo quattrocento, con una importante ed armonica testimonianza pittorica cinquecentesca. 
​Esternamente l’edificio presenta un prospetto a doppio spiovente, con un portale architravato in pietra, sul quale è incisa una curiosa raffigurazione attestante la (presunta) nascita di Papa Adriano VI nel paese di Renzano e ne indica la successione a Leone X, un anno dopo la morte: “ADRIANI VI PO (INTIFICI) M (AXIMI) RENTIANI PAT (RII) AN (NO) POST LEONE X MDXXII”. 

L’iscrizione verrà eseguita nel 1625, in occasione del restauro della Chiesa, come la lastra lapidea posta sopra essa recante lo stemma pontificio di Adriano VI, suddiviso in quattro campi: il primo e il quarto con tre uncini rivoltati, il secondo ed il terzo con un leone rampante. Adriano VI, in realtà, era originario di Utrech (Olanda) e il testo inciso sull’architrave è l’evidente prodotto di un falso storico, diffuso da un membro della famiglia Rampini di Renzano. Egli arrogò alla propria stirpe la paternità del papa, forse sulla base della somiglianza del proprio stemma (recante anch’esso gli uncini, e il nome). Presso la biblioteca dell’Ateneo di Salò è depositata amplia documentazione (pro e contro) sull’argomento. A tale leggenda diede fede il celebre frate salodiano Mattia Bellintani, che la trascrisse nel 1586 in un opuscolo dal titolo “Scrittura della vera origine di Adriano VI”, al quale attinsero alcuni importanti conterranei, senza peraltro verificarne la veridicità. Fra essi ricordiamo lo storico Bongianni Gratarolo e lo stesso Silvan Cattaneo che, dal poemetto sopra citato, ricorda i versi: “Quivi (a Renzano) nacque colui (Adriano VI), cui celar piacque / Nel sonno grado altrui l’origine vera / Quivi è la patria sua …”. Dall’accesso sopra descritto si passa in un’aula unica, il cui spazio è scandito in due campate da archi trasversali, sostenenti la copertura a travi lignee e tavelle in cotto decorate da motivi e racemi. Il presbiterio è di forma rettangolare, con copertura costituita da una volta a crociera. 

L’architettura, sobria ed elegante, è corredata da figure pittoriche, che un recente restauro (cui ha posto mano anche la salodiana Clara Tonoli) ha fatto affiorare sulle pareti laterali dell’aula e sull’arcone absidale. Gli affreschi sono stati eseguiti, per la maggior parte, fra l’inizio ed il terzo decennio del sec. XIV, come attestano le date repertate sulla cornice. 
Sul fianco sinistro della prima campata un affresco frammentario datato 1541 riporta la figura dei santi Rocco, Stefano e (verosimilmente) Antonio da Padova, imberbe e reggente il Figlio. 
Accanto, è visibile una delicata “Adorazione del bambino con pastori”, eseguita negli anni dieci del cinquecento, come si intuisce dall’iscrizione parzialmente cancellata. 
La scena, immersa in un’atmosfera intensamente bucolica, è inquadrata da un’elegante edicola sostenuta da pilastri a capitello composito ed è ascrivibile al medesimo pittore che, nella successiva campata, ha eseguito nel 1512 la Madonna in trono con Bambino fra i santi Sebastiano, intuibile per la presenza delle frecce, e San Rocco, appoggiato al suo bordone e che indica con la mano destra la piaga provocata dalla peste. Entrambi i dipinti sono accomunati da un accentuato grafismo che delinea corpi e panneggi e da un “nervoso” chiaroscuro, efficace per la modellazione delle figure. L’accentuato contorno e i tormentati giochi luministici, che sembrano quasi sbalzare incarnati e vesti, sono la peculiare cifra stilistica di questo anonimo artista, attivo fra la fine del XV secolo e i primi venti anni circa di quello successivo con la sua bottega, in territorio gardesano e valsabbino. 
Si può ipotizzare che il frescante sia Giovanni Maria da Brescia, pittore e incisore carmelitano, autore probabilmente di alcune illustrazioni della Divina Commedia impressa a Brescia da Bonino de Boninis nel 1487. L’artista, non del tutto immune dal clima rinascimentale, come lasciano intuire le rese plastiche dei corpi e le citazioni antiquate di gusto vagamente padovano (si vedano i delfini contrapposti sullo schienale del trono della Vergine), itera formule ancora quattrocentesche. Segue poi una seconda Madonna in trono con Bambino del 1500. Sulla fronte dell’arcone absidale sono affiorati, dallo scialbo, una Santa Lucia datata 1574 e un frate francescano con palma del martirio. Sulla parete destra dell’aula è invece visibile una settecentesca Madonna in gloria con Bambino. 
Maggiore sorpresa la riserva il presbiterio della chiesa ove, sulla parete di fondo, è custodita una tela raffigurante la Natività, datata 1544. 
La pala costituisce la preziosa testimonianza dell’originario apparato decorativo mobile dell’edificio ed è tale da non compromettere l’intatta unitarietà pittorica interna. È fortemente auspicabile un urgente intervento di restauro di questa pala, offuscata da una spessa patina di nocivi depositi, fra cui tracce di vernice. 
La pala, gremita di personaggi e di particolari, è organizzata su due piani spaziali: il primo ospita, a sinistra, i Santi Nazaro e Celso, rispettivamente raffigurati come un giovane cavaliere con palma del martirio e, il secondo, come un fanciullo reggente il libro della dottrina, a ricordare il suo discepolato presso lo stesso Nazaro. Accanto ad essi è la Sacra Famiglia. 
Alle loro spalle campeggiano le figure di due papi, con tiara e piviale, da identificarsi probabilmente con papa Adriano VI, e papa Lino, primo successore di Pietro sul soglio pontificio, a cui si deve il battesimo di San Nazaro. A destra è riconoscibile San Bartolomeo con il coltello scorticatore simbolo del suo martirio, una sorta di genius loci, considerato che dà il nome al monte alle spalle di Renzano. In secondo piano, tre pastori fanno capolino da un’architettura in rovina e rappresentano l’umanità in assorta e devota contemplazione dello straordinario evento. L’angolo superiore sinistro è infine occupato da uno scorcio paesaggistico con minute sagome di pastori di intenso tonalismo veneto, ora però fortemente oscurato. 
Soffermandosi davanti alla tela, si è colpiti dalla mimica gestualità delle figure: compita e raccolta quella dei personaggi in primo piano, più genuina e popolana quella dei pastori, uno dei quali, appoggiato sulle braccia conserte, ricorda il “contadinello lombardo” dipinto dal Savoldo nella Natività della Pinacoteca di Brescia quattro anni prima della tela renzanese. Una meticolosa cura è posta nella descrizione dei volti e nelle vesti, a cui è dato un particolare risalto materico. 
Pur rimanendo per ora incerta l’attribuzione dell’opera, si ravvisano modi stilistici orientati all’area bresciano-valsabbina; in particolare alcune particolarità fisionomiche delle figure suggeriscono richiami ai modi di Martino Martinazzoli da Gavardo. Il volto di papa Lino, per esempio, sembra ricalcato su quello della Madonna con offerente del Santuario di Sabbio Chiese; ancora, il corpo ben tornito del Bambino rivela chiare corrispondenze con identiche figure del Martinazzoli. Una sintassi più spiccatamente romaniniana trapela infine dal volto del San Bartolomeo, ispirato ad una figura popolana, su cui l’irriverente vena realistica non tralascia di evidenziare l’inestetismo del naso rigonfio.