L' organo

La musica nella liturgia è sempre stata un elemento necessario per esprimere con pienezza e autenticità la voce dell’uomo che s’innalza a lode del Signore. È il linguaggio espressivo per eccellenza, quello delle manifestazioni profonde che, fin dai primi secoli del Cristianesimo, elevavano l’anima fino a condurla alle soglie dell’eternità. Ed è dal bisogno di dare ad ogni momento liturgico una specifica espressione musicale che l’arte organara entra nelle chiese, prima opera dei monaci nelle pievi di epoca medioevale poi, con sempre maggiore frequenza, in ogni chiesa, sia essa parrocchia o curazia, modulata sulla suggestione del gregoriano.
Il primo organo del Duomo di Salò risale agli anni dell’antica pieve e, precisamente, al 5 giugno 1489, giorno del marcatum factum … cum magistero Baldesari Teutonico de organis conficiendis per ipsum in ecclesia Sancte Marie de Salodio, et quod est de ducatis centum sexaginta, uno plaustro vini, duabus saumis frumenti cum una domo et lecto uso suo protempore quo laborabit in dictis organis, sit valium et firmum ponant balotam suam in busula alba et qui non, i busula rubea; et datis balotis reperte fuerint omnes balotte in bussola alba et nullae in bussola rubea et sic optentum fuit mercatum suprascriptum. (contratto stipulato con il maestro organaro Baldassare Teutonico per costruire un organo nella chiesa di Santa Maria di Salò, al costo di centosessanta ducati, un carro di vino, due some di frumento ed una casa ed un letto per il tempo necessario ai lavori). Il documento – poco coerente nell’uso dei vocaboli – precisa che il contratto fu approvato a votazione segreta dai responsabili della Fabbrica del Duomo col sistema dell’introduzione di palline nell’urna (balotte in busola). L’esito fu unanime poiché tutte le palline furono messe nell’urna bianca (busola alba) e nessuna nell’urna rossa (busola rubea).
A collaudare il prezioso strumento, originariamente collocato nella navata sinistra, intervenne Alessandro dagli Organi, organista del marchese di Mantova. Una cinquantina d’anni più tardi, gli Ellecti ad Fabricam Organi Terre Sallody decisero di mettere mano al vecchio organo, con l’ambizione di farlo simile a quello del Duomo di Brescia, chiamando a Salò Giovanni Antegnati. Ma i primi contatti con l’illustre organaro non ebbero molto successo. Infatti Alessandro Bonvicino, pictor (ovvero il Moretto, che faceva da tramite con l’allora parroco Donato Savallo) il 23 dicembre 1530 risponse che: “se i Salodiani sono de voler di fare una impresa onorevole, et rifarlo tutto lui si è molto contento de venir ad ogni avviso, et se voleno ripezar (metterci una pezza) detto in strumento lui dice non volersene impazar (non volersene occupare)”. Passeranno altri 16 anni prima di raggiungere un accordo su un’opera attesa e desiderata dalla città; tuttavia non sarà la Fabbriceria a commissionare l’incarico, bensì il Comune. Il 21 maggio 1546, alla presenza del notaio Antonio, figlio di Simone Scolari di Manerba, del reverendo presbitero Ludovico Rinaldo da Salò, del console del comune Giovanni Antonio Tacone da Salò “… si conviene che il maestro Giovanni Giacomo Antegnati da Brescia costruisca un nuovo organo nella chiesa della pieve di Salò … con l’obbligo che il suono (il tono) dell’organo sia adeguato e degno dell’importanza e della grandezza della chiesa e del coro, che sia bello, pregevole come quello fatto dal maestro Giovanni Giacomo nel duomo di Brescia … tutto al prezzo di trecentosei scudi d’oro oltre alla cessione del vecchio strumento”. L’opera, che doveva essere completata entro la festa di Pentecoste dell’anno 1547, fu ultimata invece l’anno successivo.
Per tale ragione, e contestando altri difetti, il Comune si rifiutò di pagare l’Antegnati il quale manifestò sdegno ed irritazione con una lettera del 21 ottobre 1548. L’Antegnati sarà completamente pagato soltanto dieci anni più tardi. Nel 1581 l’organo venne spostato sulla parete sinistra del coro, ove è ancora oggi. In seguito vennero apportate numerose modifiche da parte di organari come Tonio Megliarini da Brescia nel 1626, Graziadio Antegnati nel 1642, Giovanni Andrea Fedrigotti nel 1653, Giovanni Maria Cargnoni nel 1727. Col passare degli anni le condizioni dell’organo peggiorarono ed il 12 ottobre 1861 Pietro Bossi, maestro ed organista della parrocchiale, si sentì in dovere di far presente a “codesta lodevole fabbriceria come egli, avendo visitato l’organo della medesima, lo ha trovato più che mai difettoso e danneggiato”. Il predetto Pietro Bossi era il padre di Marco Enrico, maestro dell’arte organara nonché compositore ed impareggiabile esecutore. Lo stesso anno venne stipulato un nuovo contratto con i fratelli Serassi di Bergamo, altra prestigiosa famiglia di organari che tenne il primato in Italia per 150 anni. La convenzione prevedeva la costruzione di uno strumento a 1382 canne e la conservazione delle 24 di facciata e delle 5 del tremolo, antegnatiane. Tuttavia, durante i lavori, venne presa la decisione di sostituire anche le canne di facciata essendo gravemente deteriorate ed inadatte al restauro.
L’organo conserva ancora oggi il prospetto ligneo dell’Antegnati, la cantoria realizzata da Bartolomeo Otello nel 1548, le ante opera di Palma il Giovane e di Antonio Vassillacchi, del 1603. Nel 1957, a riconoscimento del suo pregio storico artistico, lo strumento venne sottoposto al vincolo di tutela da parte della Soprintendenza ai Beni artistici.