Il Museo

La trasformazione carolina e l’ampliamento del coro

Il complesso architettonico originale risulta oggi notevolmente modificato a seguito dell’aggiunta delle cappelle laterali, semplicemente squadrate, a muratura liscia contrastante con il parato in laterizio delle navate. Tale intervento fu ordinato dal card. Carlo Borromeo che, in attuazione dei decreti tridentini, emise disposizioni precise, anche di carattere architettonico, per l’adeguamento liturgico-funzionale delle chiese esistenti sul territorio passato in rassegna in veste di Visitatore Apostolico.
Il vescovo milanese impose la rimozione dei numerosi altari addossati alle pareti (soluzione tuttora visibile nella chiesa di Santa Anastasia a Verona) e la loro collocazione in cappelle, delle quali fornì addirittura forma e misure, stabilendo inoltre che dovessero attenersi a criteri di simmetria e uniformità. Il testo delle disposizioni caroline, minuzioso e dettagliato, è conservato nell’archivio del Duomo.

Il culto dei santi, raggruppati talvolta in una sola icona, venne riordinato nelle otto cappelle aperte fra gli archi, in corrispondenza degli intercolumni. I lavori durarono dal 1581 al 1600. Quelle ordinate dal Borromeo furono le prime di numerose modificazioni che si susseguirono nel tempo. Con deliberazione del 3 gennaio 1581, infatti, il Comune decise di ridurre in forma più moderna l’abside e la tribuna. Venne chiamato, nel contempo, il pittore bresciano Tommaso Sandrini (1575-1630) per eseguire l’ornamentazione a fresco, con motivi di racemi e piccole scene di figure a monocromo, che interessano i sottarchi, le ghiere e le innervature delle crociere. Le carte d’archivio attestano che, proprio in occasione della costruzione delle cappelle laterali, vennero tolte le “catene” delle navatelle laterali.

In questo periodo fu aperta anche l’amplia cappella del Santissimo Sacramento, in fondo alla navata di destra. Essa venne affrescata con ardite prospettive a finta architettura barocca (o “quadratura”) ad opera del cremonese Giambat- tista Trotti (1555-1619), detto il Malosso. Il provveditore di Venezia Angelo Gradenigo, a seguito delle discussioni apertesi in sede di attuazione della delibera di rifacimento del coro (1581), fece da intermediario con il grande Jacopo Palma il Giovane, artista ormai principe in Venezia dopo la morte di Paolo Veronese (1588) e di Jacopo Tintoretto (1594). Il Palma, già anziano, accettò l’incarico a condizione di potersi associare con un pittore di fiducia, Antonio Vassilacchi da Milo, detto l’Aliense (1556-1629), già allievo del Veronese e poi collaboratore del Tintoretto. Lo stesso Palma stese un primo progetto per il rifacimento del coro.
L’intervento, tuttavia, sarebbe stato disastroso per le preesistenti strutture. Di conseguenza, grazie anche all’intermediazione dell’Aliense, non fu rimossa l’elegante innervatura della cupola. Con molta lentezza, si provvide a spianare le muraglie dell’abside per ricevere il grande catino entro cui il Palma raffigurò a fresco l’Assunzione della Vergine Maria.
Alle pareti sottostanti vennero collocate tele raffiguranti la natività della Madonna (opera dell’Aliense), l’Annunciazione e la Visitazione (opere del Palma). La scenografica decorazione del coro fu arricchita anche dalle grandi tele collocate sulle ante dell’organo costruito dalla bottega Antenati negli anni 1546-1548. Dette tele sono opera del Palma e dell’Aliense. Per la decorazione a stucco delle nuove cappelle venne chiamata la bottega dei Reti (o Rezi), all’epoca attiva nel bresciano e nel trentino (vedi la Chiesa dell’Incoronazione di Riva del Garda).

Il duomo di Salò museo d’opere pittoriche e scultoree.

Il Duomo di Salò custodisce molte opere d’arte, sia lignee che pittoriche. A fungere da pala plastica, ben a ridosso dell’altare maggiore, è stata ricollocata, nel 1905, l’antica ancona intagliata, rimossa dall’abside nel 1600 al tempo dei lavori di ampliamento del coro e collocata, nel 1618, sopra la porta maggiore, in controfacciata, integra seppur mutilata degli aerei pinnacoli.
Val la pena di ricordare che l’Aliense, allorquando discusse con i reggenti della comunità il suo piano di trasformazione del coro, avanzò la proposta di smembrare l’ancona e di conservarne soltanto le statue dei santi, da collocare eventualmente “un per collona, nel mezzo della chiesa, cioè sopra alli capitelli delle colonne che così si darà anco satisfactione a quelli che hanno qualche devotion particolare”. A parere del pittore, sarebbe stato del tutto sconveniente spendere una cifra considerevole per ricollocare nel coro rinnovato “un’anticaglia”. Tale infatti appariva all’aggiornato seguace del Palma la splendida ancona ostentante una fastosa architettura assolutamente gotica e di quel gotico fiorito e sovrabbondante che da noi ebbe scarso impiego nonostante sia stata eseguita nell’ultimo quarto del secolo XV.
L’ancona, opera di varie mani, nella sua parte architettonica si compone di un basamento a due registri dal quale sorgono le lesene che compartiscono dieci nicchie, disposte su due ordini di cinque ciascuno, entro le quali sono collocate dieci statue a tutto tondo. Nel registro superiore del basamento, entro piccole nicchie ad arco polilobato, sono collocate undici tavolette con figure a mezzo busto di santi, dipinte ad olio. È importante ricordare che le sculture collocate nell’ancona rappresentano i santi titolari di altrettante chiese facenti capo alla pieve di Salò. L’anno in cui l’ancona fu posta contro la parete della primitiva abside era il 1476 (vedi Ordinamenti, volume 14, carta 48, dell’archivio del Comune di Salò). L’ostensione è documentata da una carta d’archivio datata 28 luglio 1476. Lo storico Anton Maria Mucchi studiò l’ancona e ne diede l’attribuzione al maestro Pietro Bussolo e all’indoratore e dipintore Francesco da Padova (con il genero Michele Bertelli). L’ancona di Salò, straordinaria per le trine, gli intagli lavorati a giorno e la complessa castellatura di guglie e pinnacoli, costituisce una presenza piuttosto unica fra i lavori d’intaglio ancora conservati nel territorio bresciano.